Pillola di Fotografia #52: La terra che muore 003

Ciao a tutti e ben tornati a questa nuova Pillola di Fotografia, la numero 52, dedicata a un Grande, Grandissimo anzi Enorme Fotografo. Un fotografo che è impossibile descrivere con degli aggettivi perchè qualunque io decida di utilizzare per descriverlo, soprattutto come Fotografo sarà sempre e comunque riduttivo.

Quando si parla di Mario Giacomelli si parla di uno dei Nomi più importanti della Fotografia, non solo italiana ma mondiale.

Ed è per questa incredibile ammirazione che provo nei confronti dell’opera di Mario Giacomelli che oggi, a distanza di un anno e ben 51 Pillole di Fotografia trovo il coraggio di dedicargli una Pillola. Ma questa Pillola non può che essere considerata un misero, insignificante granello nel mare magnum delle notizie che si trovano in rete relative a Mario Giacomelli. Anche il fatto che continui a citarlo usando sempre sia il nome che il congnome è un ulteriore elemento a conferma dell’enorme rispetto che provo per questo Fotografo.

Eppure, se vado a spulciare sul sito ufficiale (www.archiviomariogiacomelli.it) nella sezione Bibliografia, spicca il titolo di un libro postumo intitolato Non faccio il fotografo, non so farlo. E mi piace tantissimo questo titolo perché mi ha ricordato una sua intervista rilasciata a un altro grande fotografo, Frank Horvat. Horvat gli chiede quale macchina fotografica utilizzasse, Mario Giacomelli rispose :”Io ho una macchina fotografica che ho fatto fabbricare, una cosa tutta legata con lo scotch, che perde i pezzi […] mi rattrista solo l’idea di staccarmi da lei”. (Potete leggere tutta l’intervista nell’edizione del 2014 di Maledetti Fotografi, le interviste ai più grandi fotografi internazionali)

Per Mario Giacomelli l’attrezzatura non era importante. Per Lui era importante che riuscisse a catturare ciò che aveva in mente. E ci riusciva. Per la miseria, se ci riusciva.

Una macchina fotografica che perde pezzi, un rullino o comunque qualcosa che serva a imprimere la foto e delle volte un flash aggiuntivo erano tutto ciò di cui aveva bisogno Mario Giacomelli per dare vita alle sue meravigliose Fotografie. Il suo è un corpo di lavoro enorme, ma quello a cui era più legato era il lavoro svolto in più tornate nell’ospizio. “Tra me è il tempo c’è una discussione sempre aperta, una lotta continua” ci dice Mario Giacomelli nel prosieguo della succitata intervista.

Un altro fotografo, David Gibson, a proposito di Mario Giacomelli dice (nel suo libro Street photography – Manuale del fotografo di strada, che ovviamente vi consiglio) “Ho sempre ammirato il fotografo italiano Mario Giacomelli, il cui lavoro tende chiaramente verso l’arte e l’astratto. Le sue stampe ad alto contrasto , che divennero il suo marchio, rappresentavano la sua fuga dal convenzionale , anche se poco consapevolmente, non avendo egli un background fotografico (aveva iniziato come garzone in una tipografia prima della guerra e ne aprì una tutta sua dopo la fine della guerra).

Scegliere una fotografia di Mario Giacomelli per questa Pillola non è stato semplice. Certo, avrei potuto gettarmi sul semplice, sulla foto dei pretini che giocano nella neve. Ma è una foto (bellissima, sia chiaro) sin troppo conosciuta. Per questo mio umile omaggio volevo scegliere una fotografia che fosse poco nota, ma che rappresenti comunque il suo lavoro. Ho scelto dunque una foto tratta dalla serie La terra che muore (o Storie di Terra) 1956/’80.

Di seguito la descrizione della serie tratta dal sito ufficiale di Mario Giacomelli

In questa serie, una casa colonica è ripresa dalla collina di fronte, tra i campi coltivati delle colline marchigiane di Sant’Angelo, frazione di Senigallia. Giacomelli riprende il paesaggio nel mutare delle stagioni, nel passare degli anni. La morfologia del territorio, che nel corso dei decenni segue i cambiamenti delle tecniche agricole con l’avvento dell’agricoltura intensiva, documenta il deterioramento di un territorio che perde compatezza e stabilità, si sfalda, frana e perde fertilità, muore. Nelle foto degli anni ’50/60 sono presenti i covoni di grano e una grande varietà di colture che creano geometrie e segni, destinati a diradarsi fino a scomparire negli anni ’70/80.

Attraverso le foto di terra io tento di uccidere la natura. Cerco di togliere quella vita che le è stata data non so da chi ed è stata distrutta dal passaggio dell’uomo, per ridarle una vita nuova, per ricrearla secondo i miei criteri e la mia visione del mondo. La natura è lo specchio entro cui io mi rifletto, perché salvando questa terra dalla tristezza della devastazione, voglio in realtà salvare me stesso dalla tristezza che ho dentro. A volte ho addirittura usato un negativo scaduto, uno strumento già morto, proprio per accentuare questa sensazione, ottenendo un effetto di neri che diventano tutt’uno con le zone intorno”

A me piace farvi notare come in questa serie, Mario Giacomelli, usi contrastare al massimo la stampa in bianco e nero, andando quasi a chiudere completamente i neri e a bruciare i bianchi. Anche in questo si differenziava dalla quasi totalità di fotografi che scattavano in bianco e nero che invece preferivano una transizione più morbida delle varie tonalità di grigio.

Certamente non ci saremmo mai aspettati una stampa di questo genere da Anselm Adams!

Bene, si conclude così questa nuova Pillola di Fotografia dedicata, ci tengo a ripeterlo a un nome Enorme della Fotografia, Mario Giacomelli.

Come sempre vi esorto ad approfondire il lavoro degli autori che propongo nelle Pillole a partire dal sito ufficiale di Mario Giacomelli.

Ciao a tutti e alla prossima Pillola!

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