Pillola di Fotografo 01: Eugène Atget

Ciao a tutti. Oggi voglio inaugurare una nuova rubrica del blog, che chiamerò, con scarso senso dell’originalità, Pillola di Fotografo.

Vi chiederete, in cosa si distingue dalla Pillola di Fotografia? Domanda legittima. La differenza consiste nel fatto che, mentre la Pillola di Fotografia è dedicata alla descrizione di una foto, cosa che mi consente di spaziare su fatti di cronaca o curiosità che scaturiscono da quella immagine e solo marginalmente parlare del fotografo che l’ha scattata, con questa nuova Pillola posso parlare più approfonditamente dell’Autore.

Insomma, per farla breve: Pillola di Fotografia, descrizione dell’immagine; Pillola di Fotografo, descrizione dell’Autore. Tutto chiaro, no?

Ah, una nota importantissima: queste Pillole non contengono immagini realizzate dall’autore citato. L’idea, che spero apprezzerete, è quella di invitare voi che leggete queste righe a scoprirne il lavoro. A cercare e a capire perché ho deciso di parlare di un Autore.

Per iniziare questa nuova rubrica ho deciso di parlare di uno dei fotografi più importanti vissuti a cavallo del XIX e del XX secolo. Un fotografo grazie al quale la vecchia Parigi è stata trattata come un importante soggetto di documentazione storica.

Il fotografo autore di questo lavoro di catalogazione e documentazione si chiama Eugène Atget.

Atget sarà ricordato come uno storico ed urbanista,un vero romantico, un amante di Parigi, un Balzac della macchina fotografica dalla cui opera possiamo tessere un grande arazzo della civiltà francese”

E’ con queste parole che l’allora giovane apprendista di Man Ray – e futura fotografa – Berenice Abbott descrive il fotografo Eugène Atget.

E’ proprio grazie al prezioso lavoro di Abbott se oggi possiamo ammirare il lavoro di Atget e assegnargli quel ruolo fondamentale che ebbe nella storia della Fotografia.

Man Ray aveva lo studio proprio a fianco a quello di Atget così che la nostra brava Berenice poté non solo conoscerlo, ma anche realizzare un suo ritratto (che inserirò, unica immagine dell’articolo, alla fine dello stesso).

Ma torniamo al nostro Atget. Nacque nel 1857 e, dopo la morte dei genitori, venne cresciuto dai nonni paterni a Bordeaux.

Dopo aver prestato servizio nella marina militare si iscrisse al Conservatorio in arti drammatiche. Non completò gli studi ed entrò a far parte di una compagnia teatrale dove conobbe la sua futura moglie e compagna di tutta la vita.

Iniziò a dedicarsi alla fotografia dopo che ebbe abbandonato il teatro e, nel 1890, si sentì realmente pronto a dedicarvisi in maniera professionale. Il suo scopo, come fotografo, era quello di fornire materiale fotografico a pittori ed architetti, tanto che nella targa posta all’ingresso del suo studio capeggiava la dicitura “Documents pour artistes”.

Per Atget il compito principale era quello di fotografare le strade di Parigi. Progetto che avviò nel 1897 con le strade della vecchia Parigi. Il progetto andrà avanti per trent’anni, sin quasi alla sua morte.

I primi guadagni per il suo lavoro Atget li vide appena iniziò a vendere le sue foto ai turisti. Anche le istituzioni si accorsero dell’importanza del suo lavoro e furono le Musèe Carnavalet e la Bibliothèque historique de la ville de Paris ad acquistare i suoi lavori. Quest’ultima funzionò anche come committente a partire dal 1906.

Atget era una persona modesta, lontana dalle autocelebrazioni e per questo motivo non lasciò mai alcuna testimonianza scritta.

Atget era particolare anche nella scelta della strumentazione fotografica che usava per lavoro. Era infatti solito spostarsi per le strade della città con un ingombrante e pesante macchinario di grande formato che usava lastre da 18x24cm.

Cionondimeno, conscio anche dei limiti tecnici di questa attrezzatura non la cambiò mai per passare a macchine fotografiche più leggere e trasportabili.

Non era, la sua, l’attrezzatura adatta per “congelare” i movimenti dei passanti ma riuscì a sfruttare questo limite secondo i suoi canoni e renderli funzionali alla sua visione fotografica. Riuscì comunque a costruire delle immagini assolutamente efficaci dal punto di vista compositivo.

Insomma, fu proprio grazie a questa strumentazione che Atget poté sviluppare i suoi tratti distintivi, tra i quali

  • una luce sottile e prolungata, frutto dei lunghi tempi di esposizione;

  • una tendenza a restituire l’atmosfera del luogo piuttosto che i suoi dettagli che pure riusciva a catturare. Atget sapeva come catturare i dettagli e inserirli in maniera impeccabile nella composizione;

  • una tendenza a concentrarsi principalmente su luoghi isolati, lontani dal clamore e caos modernista che in quegli anni si viveva in una città viva come Parigi. Per fare questo non doveva recarsi lontano (Atget non amava troppo spostarsi) anzi. Spesso e volentieri questi luoghi per lui magici si trovavano a poca distanza dal centro storico ma evidentemente sufficientemente lontani e nascosti da chi non sapeva guardare oltre il proprio naso.

  • Atget preferiva la luce dell’alba o delle prime ore del mattino, meno dura di quelle della mattina inoltrata che creavano forti contrasti tra luce e ombra e che non avrebbero quindi conferire quell’aura quasi magica che Atget cercava.

Come detto poc’anzi Atget sfuggiva da quel clamore modernista a favore della città “nascosta” ma in bella vista per chi avesse avuto la pazienza e la voglia di cercarla. E fu proprio grazie a questa sua ricerca che anche le istituzioni si interessarono, fin quasi arrivare a finanziarlo, al suo lavoro e arrivarono persino a costituire un ente di protezione di quella che veniva definita la vecchia Parigi ovvero la Commission Municipale du Vieux Paris.

Atget partiva, per il suo lavoro, da un presupposto molto semplice ovvero che le strade avessero una loro dimensione estetica e che la macchina fotografica fosse lo strumento ideale per cogliere queste sfumature.

Altra prerogativa del suo lavoro era la quasi totale assenza della figura umana nitida e leggibile e questo era dovuto soprattutto alla sua macchina fotografica che spesso richiedeva tempi di scatto molto lunghi per poter congelare il soggetto umano.

Atget vuole fotografare non già la vita nella strada, bensì la vita della strada. E’ costantemente alla ricerca dello spirito del luogo. Vuole restituirci – e ci riesce perfettamente – l’importanza dello spazio, la sua autonomia. La sua energia.

Sul finire della sua vita, dopo la fine della Grande Guerra, egli riuscì a vendere molti dei suoi lavori ricavandone così quell’autosufficienza economica che gli consentì di dedicarsi a fotografare i parchi di Versailles, Saint-Cloud e Sceaux sempre con il favore della luce dell’alba. Si dedicherà anche alla fotografia delle statue presenti in questi parchi rivelandosi alla fine uno dei suoi lavori più intimistici.

Nel 1925 grazie all’insistenza di Man Ray, Atget acconsentì a concedere l’uso delle sue fotografie per la rivista che lo stesso Man Ray realizzava ma non volle mai che il suo nome comparisse.

Atget morì il 4 agosto del 1927 a pochi mesi di distanza dalla scomparsa della sua compagna di tutta la vita.

Eugène Atget fotografato da Berenice Abbott

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