Pillola di Fotografia #62: San Bruno, California. Centro di identificazione. 1942. Dorothea Lange.

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Pillola di Fotografia #62: San Bruno, California. Centro di identificazione. 1942. Dorothea Lange.

San Bruno, California. This assembly center has been open for two days. Bus-load after bus-load of evacuated persons of Japanese ancestry are arriving on this day after going through the necessary procedures, they are guided to the quarters assigned to them in the barracks. Only one mess hall was operating today. Photograph shows line-up of newly arrived evacuees outside this mess hall at noon. Note barracks in background, just built, for family units. There are three types of quarters in the center of post office. The wide road which runs diagonally across the photograph is the former racetrack.

Ciao a tutti e bentornati a questo nuovo appuntamento con la Pillola di Fotografia. Che, questa volta, deve colmare una mia CLAMOROSA lacuna. Sì perché con profondo orrore ho scoperto che in oltre 60 (SESSANTA) Pillole di fotografia, mancava LEI. Una delle più grandi fotografe del XX secolo, autrice di una delle FOTOGRAFIE più iconiche della storia di questo medium. La foto in questione, l’avrete vista tutti almeno un centinaio di volte, è ovviamente Migrant mother, Madre migrante, quell’iconico scatto che ha immortalato per sempre la dignità di una Donna, e in generale di un’ampia fascia di popolazione americana, duramente colpita dalla crisi causata dalla caduta della borsa americana nel 1929. La storia di quella foto la conoscete tutti e quindi no, non parlerò di quella foto in questa Pillola, sarebbe banale e scontato.

No, una Fotografa di simile levatura e importanza merita che si parli anche di altri suoi lavori, non meno importanti – anche se certamente meno famosi di quello realizzato per la FSA.

Prima però di passare alla foto della Pillola vorrei portare alla vostra attenzione quella che secondo me è una strordinaria similitudine con il lavoro di un altro grande fotografo, moderno stavolta, di cui ho parlato in un altro articolo (che potete leggere qua).

L’autore in questione è Matt Black e il suo immane lavoro, sfociato poi nel libro American Geography.

Sebbene il lavoro portato avanti da Dorothea Lange e quello portato avanti da Black siano distanziati di quasi ottant’anni, il tema di fondo è il medesimo ovvero l’estrema povertà di ampie fette della popolazione americana. Ma mentre la causa scatenante per cui il lavoro della Lange fu commissionato era ben nota, e il lavoro del gruppo di fotografi di cui la Lange faceva parte era finanziato proprio dal governo federale, la povertà documentata da Black è endemica. E il lavoro se l’è pagato di tasca sua.

Racconta di una moltitudine di esseri umani abbandonati al proprio destino di povertà e miseria da quello che, teoricamente, è il paese più ricco del mondo. Quello che si erge ad essere la più grande democrazia del mondo. Una democrazia che lascia morire il suo popolo è malata. Seriamente.

Ok, chiusa questa parentesi su questa similitudine, veniamo alla fotografia della Pillola.

Siamo sempre negli USA, ma lo scenario storico è drasticamente, drammaticamente cambiato. In Europa è in corso la Seconda Guerra Mondiale, i morti non si contano e sembra (e in realtà lo è) che di questo conflitto non si veda la fine.
Gli Usa al momento non sono coinvolti, non lo sentono un loro conflitto, finché il conflitto non bussa alle porte di casa loro.

E lo fa con l’attacco suicida dei giapponesi alla base navale americana di Pearl Harbor.

Quell’attacco cambia tutto e non solo perché decreterà l’ingresso in guerra degli Stati Uniti, ma cambierà anche per la popolazione americana di origine giapponese. E non in meglio. Vediamo come.

A seguito di questo attacco l’odio verso i giapponesi negli Stati Uniti aumentava costantemente e, anche a seguito del crescente numero di atti di razzismo e per l’aumentare della pressione dei suoi generali, l’allora presidente americano Franklin D. Roosevelt firma l’Ordine Esecutivo 9066 che fornirà al Segretario della Guerra il potere per creare delle zone militari nelle aree degli stati di Washington, Oregon, California e Arizona e di trasferirvi tutti i cittadini americani di origine giapponese anche se nati in suolo statunitense. Una sorta di leggi razziali in salsa americana. Era il 19 febbraio 1942.

“The Japanese race is an enemy race and while many second and third generation Japanese born on American soil, possessed of American citizenship, have be come ‘Americanized,’ the racial strains are undiluted.

…It, therefore, follows that along the vital Pacific Coast over 112,000 potential enemies, of Japanese extraction, are at large today. There are indications that these are organized and ready for concerted action at a favorable opportunity.

The very fact that no sabotage has taken place to date is a disturbing and confirming indication that such action will be taken.”
— General John L. DeWitt, head of the U.S. Army’s Western Defense Command

“It is said, and no doubt with considerable truth, that every Japanese in the United States who can read and write is a member of the Japanese intelligence system.”
— FBI Report

A seguito di questo Ordine Esecutivo, a partire dal marzo dello stesso anno, tutti i cittadini aventi origini o discendenti giapponesi erano tenuti (obbligati) a recarsi presso le Control Civil Stations per registrarsi e prepararsi così al successivo ordine di evacuazione presso “centri di raccolta” situati in aree remote nell’ovest degli stati uniti. Nelle settimane successive circa 120 mila cittadini furono costretti a chiudere le loro attività e a vendere le case per essere deportati. Furono, in buona sostanza, chiusi in campi di concentramento per tutta la durata della guerra, finché i campi non vennero man mano dismessi a partire dal 1946.

Il governo federale decise di documentare fotograficamente queste “evacuazioni”. Dorothea Lange fu scelta, tra gli altri, per compiere questo lavoro e, sebbene fosse contraria a questo provvedimento accettò perché, pensò, che una registrazione onesta di questi eventi sarebbe potuta tornare utile in futuro.

Si mise quindi al lavoro col suo solito piglio e la sua capacità di documentare la condizione umana che aveva affinato durante il reportage sulla grande depressione. Spese la maggior parte del tempo nel campo di Manzanar, in California, fotografando le condizioni dei reclusi. Realizzerà 800 fotografie.

Ma, nel fare questo, Dorothea Lange realizzò le fotografie con un occhio e una sensibilità che non piacquero al governo e ai militari che pertanto sequestrarono, censurarono e secretarono il materiale conservandolo nei National Archives, dove rimasero pressochè nascosti alla vista sino al 2006.

Una volta desecretato il materiale è stato possibile per la biografa di Dorothea Lange, raccoglierlo e realizzare un libro dal titolo emblematico, Impounded (sequestrato, in inglese) che ovviamente DEVO avere.

Nota prima di concludere. Non conoscevo questa storia di infamia made in USA e, considerato che il materiale è stato desecretato solo nel 2006 e che, nonostante tutto, le foto più “scabrose” rimangono ancora inutilizzate dai canali ufficiali, tant’è forte l’imbarazzo, credo che una larga fetta dei cittadini americani ne siano all’oscuro. Del resto, è l’ignoranza del popolo che consente ai potenti di lucrare.

Prima di chiudere vi allego alcuni link che mi sono stati molto utili per realizzare questa Pillola. Sono, ahimè in inglese, ma meritano di essere letti.

I link:

https://en.wikipedia.org/wiki/Executive_Order_9066

https://anchoreditions.com/blog/dorothea-lange-censored-photographs

https://anchoreditions.com/blog/dorothea-langes-japanese-american-internment

E con questo è davvero tutto. Alla prossima Pillola.

Ciao!

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